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Il Brasile raccontato da Stefano

Ci sono viaggi che non si misurano in chilometri, ma in sguardi che cambiano.
Quelli che non cercano risposte immediate, ma si lasciano attraversare dalle domande.

Il sostegno a distanza, per noi del Faggio Vallombrosano, non è mai stato solo un progetto.
È una relazione che cresce nel tempo, fatta di nomi, di attese, di incontri che – quando accadono – cambiano per sempre lo sguardo.

Lo abbiamo visto chiaramente in Angola, a Kangandala, quando Stefano ha abbracciato Domingas.
In quel momento non c’erano parole da spiegare: c’erano gli occhi di una bambina che riconosceva chi, da lontano, aveva scelto di esserci per lei.
Gli occhi di chi sa di non essere solo.

Stefano è uno dei sostenitori del Faggio Vallombrosano da anni, che negli anni ha scelto di partire con noi durante i viaggi di monitoraggio: in India nel 2016, in Angola nel 2019 e nel 2023, e infine in Brasile, durante l’ultimo viaggio di monitoraggio.

Del viaggio di monitoraggio in Brasile ne avevamo parlato già nell’articolo “Brasile, dove le scelte cambiano il futuro” che puoi leggerlo qui . Oggi vogliamo mostrarti il Brasile dallo sguardo di Stefano.

Il suo sguardo – diverso dal nostro, proprio perché non “istituzionale” – ci ha aiutato nel nostro lavoro.

Ci ha rimesso davanti all’essenziale: alle persone prima dei progetti, alle relazioni prima dei numeri.
È partito per osservare, ascoltare, condividere la quotidianità dei centri e delle comunità con cui il Faggio collabora da anni.

Quello che segue è il suo racconto.
Una lettera che parla di bambini, di contrasti, di abbracci che non hanno bisogno di traduzione.
Una testimonianza che ci ricorda perché continuiamo a credere nel valore dell’incontro e della presenza. Un racconto diretto, vissuto sul campo, che restituisce il significato umano del sostegno a distanza e di ciò che accade quando si ha la possibilità di incontrare le persone dietro ai progetti.

Il racconto di Stefano

Dopo l’Angola e l’India eccomi in Brasile!…..
appena arrivato mi sono subito immerso in quella che sarebbe stata la mia quotidianità per 20 giorni.

Sono partito senza aver identificato obiettivi precisi per non trovarmi a dover sopportare eventuali rimpianti; volevo lasciarmi stupire da ogni cosa, e così è stato. Non solo, anche in assenza di cose c’era possibilità di meraviglia.

Mi sono imbattuto in una realtà che giorno dopo giorno mi accorgevo essere davvero dura. Le favelas ed i luoghi circostanti in cui sono stato per tutto il viaggio sono un ingorgo di anime e di storie, di contrasti stridenti tra ricchezza e degrado.

Ad accompagnarmi in questo viaggio le suore che insieme a tanti operatori e insegnanti lavorano senza sosta per strappare i bambini dalla strada e da un destino che sembra segnato, offrendo loro un’alternativa al traffico di droga ed alla prostituzione…
un lavoro immane che a tratti sembra quasi impossibile possa dare qualche risultato, ma che invece parlando con le suore e le insegnanti ho scoperto non essere così.

Molte, infatti, le storie di bambini che hanno terminato le scuole e che si sono affrancati da una realtà familiare dove droga, violenze e degrado erano la normalità.

Ciò che era importante, prima di tutto, era stare a contatto con i bambini e le bambine che ti abbracciavano ogni volta che ti vedevano ed era in quel preciso istante che capivi quanto un abbraccio, una carezza, un sorriso, gesti per noi scontati, per loro avevano un enorme significato!!

Ascoltarli anche senza capire il senso delle parole, perché, dopo l’iniziale muro linguistico nel non comprendere i loro discorsi, si raggiungeva la viva consapevolezza di essere noi stessi veicoli di amore, di non necessitare di una lingua per trasmetterlo e condividerlo.

L’affetto sincero dei bambini e della bambine mi hanno fatto sentire da subito coinvolto ed amato.
In quegli abbracci ci si sentiva sollevati fisicamente e contemporaneamente investiti dall’energia di quel gesto carico di affetto e ospitalità.

Ospitalità come apertura di se stessi all’altro, come quando allargando le braccia si crea lo spazio per ricevere l’altra persona.

Tornato dal Brasile, la concretezza del “fare” della partenza l’ho riproposta nell’ “avere” del rientro: mantenere l’orologio con le lancette correnti il fuso brasiliano, scorrere le fotografie che hanno reso statici momenti trascorsi.

Poi si sceglie, si sceglie di vivere quotidianamente il Brasile nella propria realtà, viverlo! Non averlo.

Non voglio portare questa esperienza solo nel cuore, rischia di essere un deposito di ricordi e tale non è la dimensione che caratterizza il Brasile per come l’ho vissuto.

È una memoria presente, è nelle mie mani e nei miei piedi perché sono quelli che mi fanno avanzare quotidianamente nel mio cammino.
Le stesse mani che hanno giocato a pallone, e i piedi che hanno abbozzato qualche passo di capoeira!!!

Non mi è “cambiata la vita”, sono tornato alle mie attività, ma la vivo apprezzando maggiormente i gesti quotidiani e ringraziando per questa esperienza.

Stefano

Perché condividiamo questo racconto

Abbiamo scelto di pubblicare le parole di Stefano perché raccontano esattamente ciò che spesso fatichiamo a spiegare con numeri e report.

Il sostegno a distanza, i progetti educativi, i viaggi di monitoraggio non sono solo interventi.
Sono relazioni, scelte quotidiane, presenza.

Nei centri del Brasile frequentare uno spazio educativo significa:

  • stare lontani dalla strada
  • avere alternative concrete alla criminalità
  • incontrare adulti che credono ancora nei sogni dei bambini

E tutto questo passa anche da chi, come Stefano, sceglie di esserci, di guardare, di farsi toccare e poi tornare portando con sé una responsabilità nuova.