Quando si inizia un sostegno a distanza, prima o poi può nascere una domanda molto semplice: quel bambino sa davvero chi sono?
Conosce il mio nome? Si ricorda di me? Oppure, dall’altra parte del mondo, sono semplicemente la persona che ogni mese contribuisce al suo sostegno? La risposta è meno scontata di quanto possa sembrare.
Sì, il bambino sa chi sei
I bambini sostenuti attraverso il Faggio conoscono il nome del proprio sostenitore. E soprattutto gli scrivono.
Almeno due volte all’anno preparano una lettera destinata proprio a quella persona: raccontano qualcosa di sé, della scuola, della propria famiglia, di quello che è successo negli ultimi mesi.
Quando possibile, dall’altra parte arriva anche una risposta. Una lettera. Una fotografia. Qualche parola. Può sembrare un gesto piccolo, soprattutto visto da qui. Ma proviamo a cambiare prospettiva. Immaginiamo che questo accada non una volta, ma due volte all’anno. Per dieci o undici anni. A otto anni scrivi a una persona. A nove anni quella persona c’è ancora. Poi ne hai dieci. Undici. Dodici.
Continui a crescere, a cambiare classe, a raccontare qualcosa della tua vita e quel nome continua a tornare. A un certo punto non è più soltanto un nome.
“Il mio padrino”, “la mia madrina”
È così che alcuni bambini arrivano a chiamare il proprio sostenitore: padrino o madrina.
Non significa che ogni sostegno crei necessariamente un legame profondo o che tutti i bambini vivano questa relazione nello stesso modo. Sarebbe sbagliato raccontarlo così. Ma quando un sostegno dura molti anni, è naturale che possa nascere una forma di affetto e di familiarità. Perché il sostegno a distanza è economico, certamente.
Ma contiene anche una cosa molto più difficile da quantificare: la continuità. Sapere che quella persona continua a esserci.
A volte una lettera diventa una voce
Negli anni abbiamo cercato di accorciare ancora un po’ quella distanza. Durante le videochiamate organizzate con i centri, quando è possibile, sostenitori e bambini possono finalmente vedersi e parlarsi. Il nome che per anni è stato scritto in cima a una lettera acquista una voce, un volto, un’espressione. E poi ci sono casi molto più rari, ma esistono.
A volte quella distanza scompare davvero. Durante i nostri viaggi di monitoraggio alcuni sostenitori hanno avuto la possibilità di accompagnarci e incontrare il bambino che sostengono. E non è necessario aspettare necessariamente un viaggio del Faggio: quando le condizioni lo permettono, possiamo aiutare un sostenitore che desidera visitare un centro a mettersi in contatto e organizzarsi con le responsabili locali.
Non è la normalità del sostegno a distanza. Ma è una possibilità per noi fondamentale. Ed è proprio per questo che, quando accade, è qualcosa di speciale.
E quando quei bambini diventano adulti?
Questa è forse la risposta più bella che possiamo dare alla domanda con cui abbiamo iniziato. Durante i nostri viaggi di monitoraggio ci è capitato di incontrare uomini e donne che, molti anni prima, erano stati bambini sostenuti attraverso il nostro progetto di sostegno a distanza. E una cosa ci ha colpito ogni volta: la loro enorme gratitudine.
Sono consapevoli dell’opportunità che hanno ricevuto. Sanno che poter studiare, essere accompagnati e avere qualcuno che ha creduto nel loro percorso non era qualcosa di scontato. E la cosa più bella è vedere che, in moltissimi casi, quell’opportunità ha dato i suoi frutti. Abbiamo incontrato adulti che hanno continuato a studiare, che lavorano, che hanno costruito il proprio percorso. Persone che un tempo conoscevamo come “i bambini del progetto” e che oggi hanno una vita tutta loro.
E sì. Quando abbiamo parlato con loro, si ricordavano del proprio padrino o della propria madrina. Del loro “papà” o della loro “mamma” a distanza. Anche dopo tanti anni.
Quindi, alla fine, si ricordano di noi?
Sì, spesso accade. Ma forse la parte più importante di quello che abbiamo visto durante questi anni è un’altra. Non è soltanto il ricordo di un nome. È la consapevolezza di aver ricevuto un’opportunità. Ed è questo che vorremmo rimanesse di un sostegno a distanza.
Non sosteniamo un bambino perché un giorno si ricordi di noi o perché debba sentirsi in debito.
Lo facciamo perché, mentre cresce, sappia che dall’altra parte c’è stata una persona che ha scelto di accompagnare il suo percorso.
Anno dopo anno.
Lettera dopo lettera.
Classe dopo classe.
E quando, molti anni dopo, incontriamo uno di quei bambini diventato adulto e vediamo cosa ha costruito con quella possibilità, capiamo una cosa: forse il segno più importante che lasciamo non è nel ricordo che hanno di noi.
È in ciò che hanno potuto fare dell’opportunità ricevuta.
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