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Perché non mandiamo scatoloni di cose dall’Italia?

Vestiti, quaderni, penne, giocattoli, materiale scolastico.

Quando pensiamo a un bambino che vive in una situazione di difficoltà, uno dei primi pensieri può essere: “Perché non raccogliamo quello che serve qui in Italia e glielo mandiamo?”

È una domanda più che comprensibile.

Abbiamo qualcosa che può essere utile, dall’altra parte qualcuno potrebbe averne bisogno. Prepariamo uno scatolone, lo spediamo e il problema sembra risolto.

Eppure, nella maggior parte dei casi, non è questo il modo più efficace di sostenere i nostri centri.

E vi spieghiamo perché.

Uno scatolone non viaggia gratis

La prima questione è molto pratica.

Spedire materiale dall’Italia in Paesi come Angola, India o Brasile significa affrontare costi di trasporto, procedure doganali, eventuali tasse e tempi di consegna che possono essere lunghi e difficili da prevedere.

E più il materiale è voluminoso, più la spedizione può diventare costosa.

A quel punto vale la pena farsi una domanda molto semplice:

con gli stessi soldi spesi per portare quell’oggetto dall’Italia fino al centro, quante cose potremmo acquistare direttamente sul posto?

In molti casi, acquistare localmente permette di utilizzare le risorse disponibili in maniera più efficiente.

Ma il motivo non è soltanto economico.

 

foto di gruppo a casa di harshita

Siamo sicuri di sapere cosa serve?

Da Livorno possiamo immaginare che un centro abbia bisogno di quaderni. Ma magari, in quel momento, di quaderni ne ha abbastanza. Potrebbero servire uniformi. Libri. Prodotti per l’igiene. Cibo. La riparazione di qualcosa. Oppure una spesa completamente diversa da quella che avevamo immaginato.

Chi conosce davvero le necessità del centro è chi ci lavora ogni giorno.

Sono le responsabili e le persone che vivono nelle comunità a sapere quali sono le priorità, quali bambini hanno bisogno di maggiore attenzione e dove le risorse possono essere utilizzate meglio.

Il nostro compito non dovrebbe essere quello di decidere dall’Italia cosa deve arrivare. Dovrebbe essere quello di ascoltare.

Comprare sul posto significa anche far circolare le risorse sul posto

C’è poi un altro aspetto importante.

Se un quaderno, un’uniforme o un alimento possono essere acquistati nel luogo in cui si trova il centro, quei soldi non servono soltanto ad acquistare un bene. Entrano anche nell’economia locale. Significa rivolgersi, quando possibile, a negozi, fornitori, produttori e lavoratori del territorio invece di sostenere il costo necessario per trasportare lo stesso prodotto per migliaia di chilometri.

Naturalmente non tutto può essere acquistato ovunque e non esiste una regola valida per qualsiasi situazione.

Ma prima di spedire qualcosa dall’Italia, vale sempre la pena chiedersi: possiamo trovarlo lì?

Se la risposta è sì, spesso è la soluzione più sensata.

C’è poi un problema di distribuzione

Immaginiamo di riuscire a raccogliere 100 zaini. Arrivano al centro.

E poi?

Ci sono 100 bambini che hanno bisogno proprio di uno zaino? Sono della misura giusta? E se i bambini fossero 150? Chi decide chi lo riceve e chi no? Anche una donazione fatta con le migliori intenzioni può creare difficoltà che da qui non riusciamo a vedere. Ogni oggetto ricevuto deve essere controllato, conservato e distribuito. E qualcuno deve dedicare tempo a farlo.

Per questo non basta chiedersi se qualcosa può essere utile. Bisogna chiedersi se è davvero ciò di cui c’è bisogno, in quel momento e in quel luogo.

Sostenere un centro non significa riempirlo di cose

Forse questo è il punto più importante.

Quando parliamo di sostegno a distanza, può essere facile immaginare una relazione molto semplice:

io dono → compro qualcosa → quel qualcosa arriva al bambino.

Ma il lavoro dei nostri centri è molto più complesso. Un bambino non ha bisogno soltanto di un quaderno.

Ha bisogno di poter andare a scuola, di avere persone che seguano il suo percorso, di mangiare, di crescere in un ambiente sicuro, di essere accompagnato quando arriva una difficoltà. E le necessità possono cambiare nel tempo.

È anche per questo che nel nostro sostegno a distanza il contributo non viene consegnato direttamente alle famiglie, ma viene gestito attraverso i centri con cui collaboriamo.

Sono loro che conoscono la realtà quotidiana dei bambini e possono trasformare quelle risorse in ciò che serve realmente.

Quindi non portiamo mai niente dall’Italia?

Certo che sì. Ma cerchiamo di farlo quando ha davvero senso.

Una delle occasioni migliori sono i nostri viaggi di monitoraggio. In quel caso il viaggio è già previsto e possiamo aumentare, nei limiti del possibile, i chili dei bagagli per portare con noi materiali destinati ai centri, evitando di sostenere una spedizione internazionale appositamente per farli arrivare.

Ma anche in questi casi non decidiamo noi cosa mettere in valigia.

Mesi prima di partire chiediamo a ogni centro di cosa abbia effettivamente bisogno, spiegando anche quanto siamo realisticamente in grado di portare. Siamo una piccola associazione e le nostre risorse non sono infinite: proprio per questo cerchiamo di utilizzarle dove possono essere più utili.

Ed è interessante vedere quanto le richieste possano essere diverse da un centro all’altro.

A Loni, in India, per esempio, ci sono stati richiesti quaderni e matite. Il numero dei bambini ci permetteva di portarne una quantità che avesse realmente senso per il centro.

In altri casi la necessità era completamente diversa: abbiamo portato giochi, volani e altri materiali per permettere alle ragazze di divertirsi durante i momenti di svago.

A Tajpur, dove le bambine vivono in ostello, una delle difficoltà segnalate riguardava invece la disponibilità di medicinali quando qualcuna si ammalava. In quell’occasione siamo riusciti a portarne una scorta anche grazie alla raccolta organizzata con una farmacia di Banditella, a Livorno, di cui avevamo parlato in questo articolo.

In Brasile, a Taquaritinga, ci sono stati richiesti giochi per i bambini più piccoli, perché quelli disponibili non erano sufficienti.

A Itaboraí, invece, abbiamo portato delle divise da calcio acquistate e donate da @amicidigiuseppeonlus, che ci aveva chiesto di aiutarla a farle arrivare a destinazione.

Sono esempi molto diversi tra loro, ed è proprio questo il punto. Non esiste uno “scatolone standard” da preparare e inviare. Ogni centro ha bambini diversi, attività diverse e necessità diverse. Quello che possiamo fare è chiedere, ascoltare e, sulla base delle risorse che abbiamo a disposizione, capire dove possiamo intervenire.

E quando quello che serve non entra in una valigia?

È qui che entrano in gioco anche quelli che noi chiamiamo microprogetti.

A volte la richiesta di un centro non riguarda qualcosa che avrebbe senso acquistare in Italia e trasportare per migliaia di chilometri.

Può servire un frigorifero o un congelatore. Possono essere necessari materiali e attrezzature per avviare un corso di cucina, un’attività di capoeira o un altro progetto educativo. In questi casi preferiamo raccogliere le risorse necessarie e permettere al centro di acquistare direttamente sul posto ciò di cui ha bisogno. È un modo di lavorare di cui abbiamo già parlato altre volte, ma che racconta bene la filosofia che cerchiamo di seguire.

Non partiamo da una domanda come:

“Che cosa possiamo mandare?”

Partiamo, per quanto possibile, da un’altra:

“Di che cosa avete bisogno?”

Poi arriva la seconda domanda, altrettanto importante:

“Con le risorse che abbiamo, cosa possiamo concretamente fare?”

Se avessimo fondi illimitati, naturalmente, potremmo rispondere a molte più richieste. Ma non li abbiamo.

E proprio perché siamo una piccola associazione, scegliere come utilizzare ogni risorsa è parte del nostro lavoro.

A volte la risposta sarà un bonifico per acquistare qualcosa sul posto.

A volte sarà un microprogetto.

E altre volte saranno valigie un po’ più pesanti del normale quando partiremo per il prossimo viaggio.

La forma cambia.

Il punto di partenza, però, dovrebbe rimanere sempre lo stesso: ascoltare chi vive e lavora ogni giorno in quella realtà, prima di decidere di cosa abbia bisogno.

 

Forse aiutare significa anche resistere alla tentazione dello scatolone

Uno scatolone è concreto. Possiamo riempirlo, chiuderlo con il nastro adesivo e guardarlo pensando: ecco, abbiamo fatto qualcosa. Una donazione destinata alle necessità di un centro è molto meno visibile. Non sappiamo necessariamente, nel momento in cui la facciamo, se diventerà un quaderno, un pasto, un’uniforme o parte di una spesa più grande. Ed è forse proprio questa la parte più difficile.

Significa fidarsi di chi è sul posto.

Significa accettare che aiutare non voglia dire necessariamente decidere noi cosa serve.

Significa costruire una collaborazione nella quale le persone che conoscono quella comunità possano dirci: “In questo momento abbiamo bisogno di questo.”

E noi possiamo fare la nostra parte per renderlo possibile.

Perché l’obiettivo non è mandare più cose.

È fare in modo che le risorse che abbiamo arrivino dove possono essere davvero utili.

Quindi, come puoi aiutarci davvero?

Quando qualcuno ci chiede “Avete bisogno di vestiti? Posso raccogliere materiale? Cosa posso mandarvi?”, la nostra risposta spesso è molto più semplice:

se vuoi aiutarci, puoi farlo con una donazione libera.

Le donazioni generiche sono una parte fondamentale del lavoro del Faggio proprio perché non hanno già una destinazione prestabilita. Ci permettono di intervenire là dove, in quel momento, c’è una necessità concreta.

Possono contribuire all’acquisto di qualcosa che manca in un centro, aiutarci a rispondere a una piccola emergenza oppure diventare parte di uno di quei piccoli grandi progetti che amiamo realizzare: un frigorifero, un congelatore, il materiale necessario per avviare un laboratorio, un’attività educativa o una necessità che magari oggi ancora non conosciamo.

Ed è proprio questa libertà che le rende così preziose.

Perché non possiamo sapere in anticipo quale sarà la prossima richiesta che arriverà da uno dei nostri centri. Ma possiamo cercare di avere le risorse per rispondere quando arriverà.

Non servono necessariamente grandi cifre. Anche tanti piccoli contributi possono permetterci di dire un “sì” in più.

Quindi, se stavi pensando di organizzare una raccolta di vestiti o di riempire uno scatolone da mandarci, c’è un altro modo per sostenerci: aiutaci a riempire, invece, il fondo che ci permette di ascoltare un bisogno e trasformarlo in qualcosa di concreto.

👉 Sostieni il Faggio con una donazione libera.

 

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