“Puoi diventare quello che vuoi.”
Per molti di noi è una frase normale. Da bambini qualcuno ce l’ha detta e abbiamo imparato che, almeno in teoria, davanti a noi potevano esserci infinite possibilità.
Ma cosa succede quando nessuno intorno a te ha mai percorso quella strada?
Quando la tua famiglia si aspetta che tu faccia lo stesso lavoro che fanno tutti? Quando la comunità ha già deciso cosa ci si aspetta da te? Quando l’università non è nemmeno qualcosa che riesci a immaginare?
Prima di poter costruire un futuro diverso, bisogna avere la possibilità di immaginarlo.
Non basta dire: “Puoi farcela”
Un ragazzo può avere talento, intelligenza e voglia di studiare.
Ma se torna a casa in una realtà in cui studiare oltre la scuola viene considerato inutile, dove c’è bisogno che lavori, aiuti la famiglia o segua il percorso già tracciato per lui, quella frase rischia di rimanere soltanto una frase.
La famiglia e la comunità sono fondamentali nella crescita di un bambino. Trasmettono valori, cultura, appartenenza e identità. Ma possono anche esercitare una pressione enorme sulle scelte dei ragazzi.
In molte delle realtà in cui operiamo, ci si aspetta che i figli continuino il lavoro della famiglia: coltivare i campi, occuparsi delle attività familiari, contribuire economicamente alla casa. E poi ci sono aspettative ancora più profonde: sposarsi, avere figli, costruire una famiglia secondo il modello conosciuto dalla comunità.
Non è raro che una ragazza abbandoni gli studi perché, arrivata a una certa età, ci si aspetta che si sposi.
Le gravidanze precoci e i matrimoni giovanili sono una delle tante ragioni per cui un percorso scolastico può interrompersi.
Quando anche gli aiuti possono creare dipendenza
Anche gli strumenti pensati per sostenere le famiglie più fragili devono essere gestiti con attenzione.
Un sussidio economico può essere fondamentale in una situazione di emergenza, ma in determinati contesti può anche creare dinamiche di dipendenza.
Può accadere, ad esempio, che un lavoro poco remunerato venga percepito come meno conveniente rispetto a un sussidio che garantisce un’entrata senza richiedere un’attività lavorativa. Oppure che determinati meccanismi di sostegno legati al numero dei figli producano, in alcune realtà, incentivi inattesi ad aumentare il numero dei componenti della famiglia anche quando le risorse non sono sufficienti.
Per questo aiutare non significa semplicemente dare.
Significa capire come quell’aiuto viene utilizzato, quali conseguenze può produrre e soprattutto se sta creando le condizioni perché una persona possa diventare più autonoma. È un principio che vale anche per il nostro lavoro.
Il peso di essere il primo
Immaginiamo ora un ragazzo che vuole andare all’università. È magari il primo della sua famiglia ad arrivare fin lì.
Nessuno a casa sa davvero cosa significhi frequentare un’università. Nessuno può spiegargli come funziona un esame, come scegliere un percorso, cosa significhi costruirsi una professione.
E intorno a lui qualcuno potrebbe continuare a chiedergli:
“Perché studi ancora?”
“Non sarebbe meglio lavorare?”
“Quando ti sposi?”
“Quando avrai dei figli?”
Non sono necessariamente domande cattive.
Sono domande che nascono da un modo di vivere, da aspettative e da un modello di vita conosciuto.
Ma per un ragazzo che sta cercando di costruire qualcosa di diverso possono diventare una pressione enorme.
Henriques e Francisco: quando il sogno deve essere difeso
Lo vediamo anche nel percorso di Henriques e Francisco, due ragazzi di Kangandala in Angola che hanno scelto di continuare gli studi universitari.
Hanno appena concluso il loro terzo anno.
Per loro arrivare fin qui non significa soltanto aver superato esami. Significa aver resistito a una pressione familiare e comunitaria molto forte. Ne avevamo parlato in questo articolo – il problema non è solo pagare l’università.
La responsabile del centro sta facendo un lavoro enorme per accompagnarli, incoraggiarli e cercare di proteggerli da quelle dinamiche che potrebbero portarli ad abbandonare gli studi, sposarsi e avere figli prima di aver avuto la possibilità di costruire la propria strada.
Il suo compito non è decidere per loro. È aiutarli a non perdere un’opportunità che hanno conquistato con tanta fatica.
Perché arrivare al terzo anno di università e fermarsi a pochi passi dalla fine significherebbe perdere molto più di un esame.
La comunità non è il nemico
Questo è importante. Non vogliamo raccontare le comunità in cui operiamo come luoghi dai quali i ragazzi devono scappare.
La comunità è famiglia. È cultura. È appartenenza. È protezione.
Il problema nasce quando le condizioni economiche e sociali fanno coincidere il futuro di un ragazzo con quello che è già stato deciso per lui.
L’obiettivo dell’istruzione non è quindi allontanarlo dalla propria comunità.
È dargli una scelta in più.
Poter studiare. Poter lavorare. Poter diventare indipendente. Poter decidere quando sposarsi e se farlo. Poter scegliere quale professione intraprendere.
E magari, un giorno, poter tornare nella propria comunità portando con sé competenze e possibilità che prima non esistevano.
Il PIT nasce anche per questo
Il Progetto di Istruzione Terziaria nasce proprio per accompagnare quei ragazzi che, dopo la scuola, hanno dimostrato capacità, impegno e desiderio di continuare a studiare.
Non promettiamo un futuro migliore. Non possiamo farlo. Un’università non garantisce automaticamente un lavoro e un titolo di studio non cancella le difficoltà di una comunità. Ma possiamo contribuire a creare una possibilità.
Possiamo fare in modo che un ragazzo che ha il desiderio di studiare non debba rinunciare semplicemente perché nessuno intorno a lui ha mai potuto farlo.
A volte bisogna essere in due per credere in un sogno
Forse è questo il senso più profondo del PIT. Non dire a un ragazzo: “Noi sappiamo quale deve essere il tuo futuro.” Ma dirgli: “Se questo è il futuro che vuoi provare a costruire, noi possiamo aiutarti a provarci.”
Perché il coraggio di sognare deve essere suo. La forza di continuare deve essere sua. L’impegno deve essere suo.
Ma qualche volta, per continuare a credere in qualcosa, avere qualcuno che ci crede insieme a noi fa tutta la differenza.
E forse il primo passo verso un futuro diverso non è ancora l’università. È riuscire a pensare: “Forse posso farlo anch’io.”
Dai una possibilità a chi ha il coraggio di sognare
Il Progetto di Istruzione Terziaria accompagna ragazzi che vogliono proseguire il proprio percorso attraverso studi universitari o professionalizzanti.
Perché il luogo in cui si nasce non dovrebbe stabilire il limite dei propri sogni.
Scopri il PIT e sostieni il futuro di un ragazzo.
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